First Strike

 

Articolo pubblicato su "Intelligence e storia del Top Secret" - Marzo 2005

Periodico mensile a cura dello Storico: Vittorio di Cesare

    

FIRST STRIKE: MISSILI NUCLEARI: Quale il pericolo reale ?

 

Lancio di missili nucleari al primo allarme

Di Alfredo Benni

 

 

In un periodo in cui sempre di più si parla con crescente allarme di “stati canaglia” e proliferazione delle armi nucleari, è necessario ridiscutere i protocolli per il lancio di missili nucleari su allarme ? Il first strike come è stato concepito va ridiscusso ? Lo scenario rispetto alla metà degli anni ottanta è molto più complesso ma non più di tanto mutato. L’Iniziativa di Difesa Strategica (SDI) o “scudo stellare” organizzato su più livelli di difesa non è ancora pienamente operativo e non lo sarà ancora prima di un decennio e la Cina, l’unica potenza mondiale in grado di rivaleggiare per quantità di armi nucleari e potenza dei vettori con Russia e Stati Uniti sta ancora svolgendo un processo di rinnovamento profondo del suo deterrente nucleare.

 

Ma andiamo con ordine e cerchiamo anche di capire se le potenze nucleari emergenti: Corea del Nord, Iran e Pakistan (nel caso di un rovesciamento dell’attuale regime) possano divenire nel futuro un pericolo nucleare per l’occidente. Con Occidente intendo gli Stati Uniti e soprattutto l’Europa. Per la mia analisi eseguirò una analisi comparata del modello di lancio missili nucleari su allarme in vigore alla metà degli anni ottanta confrontandolo con le attuali condizioni.

 

La storia della “triade strategica”

I più credono che il lancio di missili per colpire le città dell’avversario, sia un concetto del dopoguerra, ma è bene ricordare che già durante la Seconda G.M. molti furono i progetti missilistici tedeschi, alcuni tragicamente perfettamente funzionanti, che colpirono le città Alleate. Come dimenticare le V1 precursori degli attuali CRUISE o le V2 da cui si svilupparono gli ICBM ? E come ignorare il progetto Lifevest in cui un vero e proprio missile balistico veniva portato in un contenitore fino alle coste americane da un sottomarino U-Boote in immersione e ormai vicino alla costa, vaniva lanciato quasi da sott’acqua ? Il programma Lifevest era il precursore dell’attuale SLBM. Questi sono concetti che acquisiti dagli scienziati russi e americani nel dopoguerra, si svilupparono durante la guerra fredda e influenzarono notevolmente le tecnologie costruttive, le tattiche e le strategie dei successivi cinquanta anni. Fino ai giorni nostri.

 

Souce: “secret Wonder Weapons of the Third Reich”, J. Miranda, P.Mercado, Schiffer Military/Aviation History, 1996

Ma torniamo alla nostra storia recente. Ci sono tre vettori strategici in grado di sferrare un “primo colpo” (vedere figura A) ed eventualmente generare una adeguata risposta: gli ICBM (missili intercontinentali strategici), gli SLBM (missili intercontinentali lanciati da sommergili), i bombardieri. Questa tipologia di vettori viene detta “triade strategica” in quanto permette di mantenere la supremazia strategica nei confronti dell’avversario.

Inoltre ciascuna delle tre componenti, anche se presa da sola, è talmente potente da poter annientare da sola l’avversario.

Legenda:

SLBM  =  Submarine Launched Ballistic Missile, missile batistico lanciato da sottomarino.

ICBM = lnter-Continental Ballistic Missile, missile balistico intercontinentale. 

CRUISE = Cruise missile, missile da crociera

MIRV = Multiple lndipendentiy-targetabie Reentry Vehicies, testata multipla con veicoli da rientro a obbiettivi predestinati.

CEP = Circular Error Probability

SALT = Strategic Arms Limitation Taiks, colloqui per la riduzione degli armamenti strategici.

START = Strategic Arms Reduction Treaty, Trattato strategico di riduzione delle armi (di sterminio)

SDI = Strategic Defence Iniziative, iniziativa (per lo sviluppo) di una difesa strategica.

 

 Figura A. L’istogramma non tiene conto che la parte attaccata adotti una strategia di “lancio al primo allarme” facendo partire i propri missili prima dell’arrivo delle forze attaccanti.

 

Il vantaggio principale nell’uso degli ICBM è la pesante corazzatura dei silos capace di resistere anche a pressioni di 140 chilogrammi per centimetro quadrato. Ciò assicura una relativa protezione efficace alla maggior parte dei missili anche in caso di risposta dopo aver subito un “primo colpo”. Relativa protezione poiché con il perfezionamento della microelettronica, i missili hanno sempre più aumentato la precisione e ridotto il CEP (probabilità di errore circolare). Una testata da 550 chiloton che esploda a meno di 300 metri da un silos missilistico corazzato sicuramente distruggerebbe il silos avversario. E stato calcolato già nei primi anni ’80 che, per effetto di micro variazioni sulla rotta causate dal rientro nell’atmosfera, da errori del rilevamento satellitare e dalle condizioni di lancio, la precisione dei missili sovietici sarebbe sufficiente a distruggere tra il 72 e il 75 per cento dei silos americani ancora nei silos. In pratica, secondo un calcolo statistico, per distruggere i 1000 missili Minuteman in possesso degli americani bastavano solo 2000 testate sovietiche SS-18. Da entrambe le parti si comprese che un “primo colpo” non avrebbe lasciato scampo alla componente missilistica e si corse ai ripari in tre modi: si potenziò la possibilità di lancio di missili da sottomarini e  si migliorò la componente aerea dei bombardieri. Inoltre i sovietici risposero con rampe mobili su cingolati e su ferrovia. Entrambi introdussero più testate a bersagli multipli indipendenti (MIRV). In pratica anche un solo missile riuscito a partire poteva colpire più bersagli. Ad esempio l’SS-18 era dotato di 10 MIRV. A complicare la situazione, uno studio segreto secondo cui il protocollo standard sovietico si basava sulla ridondanza di un attacco a silos protetti. Il silos doveva essere più volte colpito da armi nucleari che dovevano esplodere sull’area ad intervalli regolari di circa 10 minuti. Ciò avrebbe impedito al nemico di lanciare i suoi missili per effettuare una efficace rappresaglia. (Vedere la figura B rappresentante la sequenza di una esplosione atomica). Ancora più discutibile la scelta, con il passaggio al missile MX dal ’84, di inserirlo nel sito dei Minuteman. I 100 MX erano dotati cadauno di 10 MIRV. Distruggerne uno significava privare gli USA di un elemento importante di rappresaglia.

 

 

Figura B: sequenza di una esplosione atomica di una testata atomica da 550 chiloton in aria. Nel primo millisecondo la temperatura raggiunge i circa 400.000 gradi centigradi ed la sovrapressione è di circa 7000 chologrammi per centimetro quadrato. Le radiazioni (soprattutto neutroni e raggi gamma) che possono distruggere una testata nucleare si estendono verso l’esterno fino ad una distanza di 800 metri dal punto dell’esplosione. Dopo 50 millisecondi il raggio della palla ha raggiunto i 500 metri e la temperatura interna è scesa a 75.000 gradi centigradi. La sovrappressione del fronte d’urto è di 42 chilogrammi per centimetro quadrato.

 

 Dopo 10 secondi la palla di fuoco ha raggiunto il proprio raggio massimodi circa un chilometro e incomincia a salire. La temperatura superficiale raggiunge i 2000 gradi centigradi e il raggio del fronte  d’urto è di circa 5 chilometri. Al livello del fronte d’urto la sovrapressione è di circa 3,5 chilogrammi per centimetro quadrato. I venti verticali che soffiano a 600 chilometri l’ora stanno iniziando a risucchiare dal suolo nel gambo della nube in salita polvere e detriti. Dopo un minuto la caratteristica nube a forma di fungo si è sviluppata e ha un raggio di 2,5 chilometri e il suo centro dista dal suolo 6,5 chilometri. La palla di fuoco ha cessato di emettere radiazioni nel visibile e i venti verticali soffiano ormai a parecchie migliaia di chilometri l’ora e continuano a risucchiare e sostenere in aria particelle di grandi dimensioni.

 

Il vantaggio ovvio nell’uso degli SLBM era la sorpresa. Si passava dai 30 minuti di tempo per l’arrivo di un ICBM sul bersaglio ai solo 7 minuti. In soli 7 minuti il potenziale nucleare strategico avversario poteva essere cancellato in un solo colpo. Inoltre gli SLBM poiché erano montati sui sommergibili erano praticamente invulnerabili poiché sempre in movimento in immersione. Pertanto erano un vettore perfetto. Grandi sottomarini atomici potevano stare in immersione anche per mesi e lanciare a sorpresa il loro carico di missili con testate atomiche.

Anche la componente aerea aveva un ruolo fondamentale. Messa un po’ in disparte all’inizio degli anni 60-70 in favore della componente missilistica, negli anni ’80 riprese forza con la possibilità di lanciare i Cruise (missili da crociera) in grado portare una arma nucleare sul bersaglio evitando le difese del territorio e seguendo il profilo del terreno e quindi, nascondendosi, rendendo più affidabile la probabilità di raggiungere il bersaglio. Inoltre anche la componente aerea poteva essere facilmente ri-dislocata e re-indirizzata in pochissimo tempo in ogni parte del globo. Si qualificava quindi come una componente fondamentale nello scacchiere internazionale.

Ma tutto ciò non bastava. Si voleva avere la certezza che il proprio potenziale nucleare restasse intatto. Si ideò quindi il principio del lancio degli ICBM su primo allarme. Si passò quindi allo schema di Richard L.Garwin, che ideò, nella sua forma più sofisticata, un sistema di lancio di un numero consistente ma limitato di missili al solo primo allarme basato su sensori satellitari geostazionari di avvistamento precoce. I missili dovevano essere quindi lanciati entro e non oltre 7 minuti dall’allarme satellitare di una serie di lanci nemici. Questo schema rappresentò una vera e propria rivoluzione strategica e aprì le porte a quello che oggi chiameremo “attacco preventivo”. Non era più pagante lanciare un attacco, tentare un primo colpo; in ogni caso la risposta sarebbe stata completa ed efficace. Il nemico avrebbe colpito dei silos vuoti. (Riferimento figura C). Questa apparente azione di stallo sfociò nei successivi trattati sulla limitazione degli armamenti tra cui i più famosi SALT e START.

 

E oggi ?

Ora il problema si pone in questi termini. Gli stati canaglia sono in grado di sferrare un primo colpo nucleare all’occidente ? Con le caratteristiche e la completezza che abbiamo visto poco sopra nell’articolo, certamente no. Non dispongono di una triade strategica, la capacità dei loro ICBM è limitata, non hanno MIRV, né una componente di allarme precoce. Ma potrebbero lo stesso sferrare un “primo colpo” ? Secondo me ed anche molti altri analisti, purtroppo si. La variante terroristica introdotta dall’11 settembre ha dato la tragica conferma a noi analisti dell’importanza della componente terroristica nella guerra del futuro. L’unico modo in cui una nazione canaglia potrebbe attaccare, in un immediato futuro, con armi nucleari gli USA o l’Europa è un attacco a sorpresa. Una nuova Perl Harbour. Lo schema più semplice prevede una o più armi nucleari portate di nascosto sul territorio con l’appoggio di gruppi terroristici locali e fatte detonare nelle città dove risiedono i governanti dello stato attaccato. Questo decapiterebbe la capacità di comando controllo e comunicazione o comunque disorienterebbe completamente la nazione attaccata. Contemporaneamente sottomarini al largo, uno o due sono più che sufficienti, anche ceduti o rubati, da potenze nucleari, a gruppi terroristici, lancerebbero in immersione i propri missili contro lo stesso stato. La missione sarebbe sicuramente suicida, ma sarebbe sicuramente talmente rapida da poter distruggere le maggiori città attaccate. A questo punto anche se non venisse attaccato e distrutto un solo silos, quale risposta dare ? E’ un attacco terroristico contro chi prendersela ? Il potenziale nucleare di risposta Americano od Europeo anche se intatto resterebbe completamente inutilizzato. La variante terroristica rompe gli schemi, butta ogni strategia finora conosciuta all’aria.

In questo caso non si avrebbe il vero e proprio first strike teorizzato fino ad ora che prevede la distruzione al suolo del potenziale bellico nemico. Ma una sua variante: rendere comunque il potenziale bellico inutilizzabile.

Infatti in un attacco terroristico non c’è un vero responsabile. Verrebbe messa in ginocchio una nazione con milioni di morti e tutto questo sarebbe fatto con risorse molto limitate. Basterebbero solo una o due unità comprate o rubate a forze militari corrotte Russe o Cinesi. Due unità contro una intera triade strategica.

Una variante al momento più improbabile, ma non impossibile, potrebbe essere quella di ottenere un appoggio di uno o più stati “canaglia”. In questo modo oltre a sferrare un “primo colpo” si cercherebbe anche di azzerare il potenziale di risposta dello stato attaccato. Questa eventualità è più difficile e complicata. Richiede infatti una capillare rete di informatori che segnalino le basi e i silos da colpire. E inoltre espone lo stato attaccante ad una pesante rappresaglia.

Da notare che in questa variante vanno inseriti i continui miglioramenti del programma missilistico iraniano e coreano. Il missile iraniano Shahab-5 dovrebbe essere operativo per il 2005 e raggiungere una gittata compresa tra i 3.500 e i 5.500 chilometri, sufficienti per colpire, una volta lanciato dall’Iran, tutta l’Europa e la Russia. Sempre in Iran per la fine del 2007 è previsto lo Shahab-6 della gittata di almeno 10.000 chilometri in grado di colpire Europa, Canada e parte degli Stati Uniti. Se, invece, eventuali versioni del missile coreano NoDong raggiungessero una gittata pari a 10.000 chilometri, oltre a tutta l’Europa, Canada e Russia verrebbe colpita anche più di metà degli Stati Uniti. E forse questo spiega i continui timori americani sui progressi missilistici coreani.

 

Quali contromisure ?

Per prevenire questo scenario non è più sufficiente un deterrente strategico, la triade nucleare non serve più. Bisogna andare a scovare i terroristi e snidarli uno per uno. Valutare il loro potenziale offensivo. Analizzare e pianificare tutte le varianti ad un simile schema e trovare le contromisure può richiedere anni, risorse e fondi enormi. Anni che forse l’occidente non ha. Le contromisure più immediate ad una tale strategia sono posizionare dei rilevatori geiger lungo le autostrade e le arterie stradali collegati ad un'unica centrale di allarme con controlli ridondanti e forze di pronto intervento. Costruire una rete di sensori automatici in grado di segnalare il pericolo in avvicinamento prima che questo diventi operativo e sia posizionato vicino al bersaglio. Abbiamo visto sopra che la distanza minima di sicurezza da un esplosione nucleare per un silos è 300 metri. Ma la distanza di sicurezza per un edificio non è meno di cinque chilometri nel caso di un arma da 550 chiloton. Ma la distanza è variabile in funzione della potenza della detonazione. Un arma da 20 megaton esplosa in aria su una città produrrebbe una palla infuocata di circa 7 chilometri e chi si trovasse nel raggio di trentacinque chilometri sarebbe arso vivo all’istante. Nell’ipotesi invece che l’arma da 20 megaton sia fatta esplodere da terra simulazioni hanno dimostrato che la palla di fuoco avrebbe un diametro di 9 chilometri.

Un terrorista riuscirebbe ad arrivare con un ordigno nucleare a meno di cinque chilometri dalla Casa Bianca o dalla nostro Parlamento ? Se la risposta è si è necessario costruire una rete di sensori attorno agli obbiettivi primari, come città, porti, aeroporti, zone industriali. Potenziare e almeno duplicare le catene di avvistamento radar aerea, navale e sottomarina, nonché tutti i sistemi di comando e controllo e comunicazione. Controllare in modo molto più approfondito tutti gli aerei che entrino nello spazio aereo, controllare ed ispezionare le navi fuori dai porti. Rendere operativo un sistema di difesa antimissile attivabile in un tempo inferiore ai 7 minuti dello schema Garwin. Potenziare il lavoro di intelligence e degli analisti. Soprattutto dissuadere in partenza e ad ogni costo, gli stati canaglia dal dotarsi di armi nucleari e di sottomarini da attacco.

 

Dissuasione ad ogni costo

E dissuasione potrebbe anche voler dire che, nell’ottica di una strategia preventiva, i governanti USA potrebbero accettare l’opzione che nel caso di un attacco terroristico agli USA o all’Europa con armi nucleari o armi batteriologiche gli stati colpiti scatenerebbero una rappresaglia verso alcuni “probabili” bersagli sospetti. La potremo chiamare “dissuasione probabilistica”. Non più una rappresaglia pesata (proporzionale) verso il vero responsabile, quindi, ma verso chi aiuta o simpatizza con i responsabili di quell’attacco. Qualcuno potrebbe obbiettare che siamo nella fantapolitica, ma il principio non è dissimile dal punire omicida e mandante di un delitto comune. Ed è proprio quello che è successo con la “guerra preventiva” in Afghanistan dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle. Solo che in quel caso non si usarono le armi nucleari. Ad un attentato si rispose con una guerra contro lo stato talebano, simpatizzante dei terroristi. Al posto delle armi nucleari vennero usati i bombardieri B-52, B-1, le cluster bomb, le truppe e le portaerei. Ma il concetto di base non cambia. Inoltre l’attuare questa possibile forma di dissuasione assicurerebbe comunque agli USA la possibilità di azzerare i propri nemici ancora prima che questi traggano un possibile vantaggio militare o strategico dalla distruzione di una o più città europee o americane ed alla conseguente decapitazione politico militare degli stati stessi.

In questo caso si ritornerebbe a riequilibrare a torto o a ragione il cosiddetto equilibrio del terrore. Almeno fino a quando la tecnologia dell’SDI non ci fornirà armi ad energia diretta sufficientemente potenti e precise da poter fermare con efficacia un attacco multiplo partito da sottomarini. Ma anche in questo caso rimarrà il problema di uno o più ordigni portati in segreto sul territorio europeo o americano. E per ovviare a questa potenziale ma inevitabile catastrofe c’è un solo modo: uno sforzo enorme da attuare per potenziare l’intelligence e il controllo del territorio.

 

Ultima ora:

E’ appena uscito negli USA un libro su questo argomento:

Nuclear Terrorism
The Ultimate Preventable Catastrophe

by Graham Allison

http://www.henryholt.com/holt/nuclearterrorism.htm

 

Inoltre sul New York Times. Nel pezzo intitolato "An American Hiroshima," Nicholas Kristoff in un editoriale agghiacciante oltre a citare il libro di Graham, fa riferimento a studiosi accademici e autorevoli personaggi politici e dei servizi segreti (fra cui William Perry, ex segretario alla Difesa) per ricordarci che la detonazione di un ordigno nucleare in una grande città americana a opera di terroristi islamici è una possibilità del tutto reale. William Perry afferma che vi è la reale possibilità che un attacco terroristico con armi nucleari si verifichi entro questo decennio, cioè entro i prossimi sei anni.

 

http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?sectionID=40&ItemID=6027

 

Fine articolo //

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Purtroppo i fatti mi davano ragione. Qualche mese dopo infatti...

Gli Stati Uniti si sono adeguati a questa politica...

Mediavideo dell ' 11 settembre 2005

Nel gennaio 2006 il Presidente Chirac disse chiaramente che Parigi ricorrerà anche ad armi non convenzionali, nel caso in cui la Francia sia attaccata con armi di distruzione di massa.
La risposta con armi nucleari sarebbe diretta «ai dirigenti degli Stati dietro un attacco terroristico», ha aggiunto il capo dell’Eliseo precisando che a questo fine i missili francesi vengono adeguati a colpire nuovi obiettivi. Nonostante le tattiche da Guerra Fredda, i possibili target dell’arma nucleare francese non sarebbero le città, ma piuttosto i «centri di potere». Allo sfoggio di grandeur nucleare è seguita una rettifica giunta ieri dal portavoce del ministero degli Esteri francese. La nuova dottrina nucleare della Francia «non mira a questa o a quella nazione e non è collegata a dei casi specifici», ha affermato Jean-Baptiste Mattei, portavoce del Quai d’Orsay, aggiungendo che l’utilizzo della Force de Frappe è «modulata in base allo scenario strategico» e «resta una dottrina di deterrenza».

http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=1752

 

 

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